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Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente. [C.Pavese]
 
 
 
 
           
       

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14 marzo 2008

* Giocando a palla con il proprio cervello*

E hai ragione tu a dirmi che purtroppo è così. Che fuggono gli istanti felici, che non lasciano traccia, che corrono insieme al tempo e che sopravvivono solo nel passato. Non ci si rende mai conto di stare vivendo un attimo di felicità –perché di attimi di felicità si può parlare, non certo di minuti, ore, anni- mentre questo sta già irrimediabilmente precipitando via.

Mi chiedo perché siamo condannati a vivere con un sostrato nel cuore che è abitudine, noia, inedia, paura, delusione. Perché permane l’essere autori e spettatori di questo osceno spettacolo della mente, di questo teatro senza fine dove gli stessi personaggi della malinconia recitano sempre le stesse battute.



 




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13 marzo 2008

Brutti scherzi

 Ho una coperta di aghi sottopelle, pronti a cambiare posizione ad ogni movimento, a cercare punti dove è più facile penetrare o dove il dolore sarebbe più acuto. Ho compreso che davvero il presente non esiste. Non ne ha tempo, non ne ha voglia. Siamo costretti a vagheggiare su ciò che è stato o a sperare su ciò che sarà, costretti da un incalzante mordere della nostra stessa esistenza. Illusioni lasciate scorrere via insieme ai fiumi dell’inverno e nuove speranze che giungono insieme ai primi raggi di un sole più caldo.

Non c’è merito nel riconoscere questo, il volersi porre davanti ad una verità dolorosa piuttosto che ad una soffice bugia non è lodevole, è soltanto l’unico modo possibile per evitare di trovarsi –all’improvviso- davanti ad un baratro più profondo e nero della notte. Non c’è tuttavia differenza tra chi riconosce questa condizione e chi non vi riesce o non lo desidera: giungere al baratro delle domande prive di risposta è destino di tutti, e abbreviare o allungare la strada che vi porta è solo una scelta, una delle tante.

Guarderemo ancora il fondo invisibile remoto delle nostre domande, senza poetrci gettare e senza poter fuggire una volta arrivatici.




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9 marzo 2008

* Quando il cuore stordì *

 

Era così che sarebbe dovuta andare a finire: un discorso all'alba, occhi lasciati a riempirsi di lacrime, voci interrotte da pensieri strani.

E ora siamo di nuovo immersi in una realtà che ci costringe a guardare verso il futuro senza essere in grado di poterne sopportare le aspettative, di nuovo stesi a contemplare le volute della nostra esistenza avvolgersi attorno al nulla, ancora incapaci di osservare la bellezza di ogni cosa senza soffrirne intimamente.

So di essermi creata un universo dove ogni minuscola pedina ha un ruolo fondamentale, dove ogni perdita ha un valore incommensurabile ed ogni riuscita è effimera o destinata a cambiare.

Mi domando se in fondo sia cambiato qualcosa in questi anni, se al di là della superficie il mio essere sia rimasto sempre identico a se stesso. Dovrei scusarmi con tante persone. Dovrei decidere di ammettere la mediocrità che mi caratterizza, senza illudermi più. Dovrei aver capito che no, i ciliegi non sempre tornano in fiore.




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31 gennaio 2008

Tesoro.

Davvero ti scriverei se fossi ancora qui. Sarebbe una di quelle lettere lunghe che non parlano degli avvenimenti, delle persone, del mondo; sarebbe una di quelle lettere a volte un po’ tristi, una di quelle lettere che tu leggeresti con la testa abbassata muovendo velocemente gli occhi, mormorando ogni tanto qualche parola sotto voce; ti ho visto leggere tante volte quello che ti scrivevo che riesco ad immaginare esattamente la tua espressione.

E’ passato quasi un anno. Stamattina non pensavo di scriverti, non mi sono svegliata piangendo, non ho passato l’ultima settimana nell’angosciosa attesa di un giorno stabilito per disperarmi. Non credo in queste convenzioni, non ci credevi neppure tu, eppure sento la necessità di scriverti, il bisogno impellente di digitare parole sullo schermo pur sapendo che non potrò osservare i tuoi occhi mentre le leggi. E’ passato un anno e sono cambiate alcune cose. Ho conosciuto persone straordinarie, ne ho perse altre, ho imparato qualcosa e disimparato molto. Sono cambiata poco, in realtà. Quello che è cambiato in me è cambiato perché non esisti più tu. Ho perso insieme a te una me che sopravviveva ad ogni smottamento della vita lasciandosi portare via, lasciando che le pietre le scivolassero addosso, anche a costo di graffiarsi e ferirsi.

Sento che mi manchi. A volte mi ritrovo a pensare alle giornate infinite che passavamo insieme, ai pomeriggi trascorsi respirando il tempo insieme, alle lettere scambiate. Penso che questo è stato e che non sarà mai più ed allora una tristezza infinita e profonda mi sale dal cuore e mi riempie i polmoni e gli occhi e la testa. Non avrei voluto essere così penosa per te. Non avrei voluto essere per te la sofferenza lenta ed inesorabile che sono stata a volte. Non per te, non per lo spirito bello ed ingenuo che ho conosciuto io.

Ho rivisto come in sogno tante e tante volte i nostri discorsi e le tue parole che ormai sono entrati a far parte di un nostalgico film che guardo quando la tua mancanza è troppo dolorosa, quando la tua assenza somiglia sempre di più ad una voragine talmente vasta da poter esaurire tutto il mio mondo.

Oggi è stata una di quelle giornate fredde e limpide, in cui l’aria nitida ti farebbe correre fino a perdere il fiato, in cui ogni colore risplende di luce propria, è stata una di quelle giornate in cui tu camminavi ore ed ore in giro per la città prima di venire da me e raccontarmi tutto quello che avevi visto, prima di inventare insieme città non ancora esistite.

Abbiamo inventato persone, parole, sensazioni che nessuno mai potrà portarci via.

A volte ti trovo in una foglia che cade, in una pozzanghera che riflette il cielo, in un muro grigio. A volte sento che pregherei se ci riuscissi.

Non sono mai riuscita a credere che sarebbe finita così; le parole che desidero dirti sono solo un muto mormorio, una follia sentimentale, un narcisismo estremo.

Mi chiedo se la morte quando è arrivata aveva voce suadente, occhi di lago, labbra di tramonto, mi chiedo che voce abbia avuto per te, mi chiedo per quanto sospirando tu l’abbia attesa speranzoso.

Ti ha preso per la mano?




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8 dicembre 2007

E ancora.

 Bene. E’ quest’angoscia sottile che fa andare avanti ogni cosa, e che ora, non meno grigia dei cieli di novembre, attanaglia con presa ferrea le giornate e le ore.

Ho chiuso gli occhi nella speranza di un attimo lunghissimo, ed invece all’apertura delle palpebre sipario tutto ha ricominciato a muoversi e a rumoreggiare e a danzare, talvolta.




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11 settembre 2007

...Sicilia....(II)

 -A volte ci vuole più coraggio per tornare che per andare via, credo-

Norma parlava velocemente, gesticolando, muovendo i capelli, il viso, le mani; gli pareva grigia nell’aria pesante di quella mattina. Gli ritornarono in mente le gonne colorate di sua sorella, di quando ancora lei era molto più grande di lui e molto più alta, di quando ognuno ancora non aveva riempito di didascalie ogni ricordo per poterlo conservare e gioirne nei momenti tristi che sarebbero ineluttabilmente arrivati. Delia mangiava le molliche che erano sulla tavola; le prendeva piano guardando un punto preciso sulla tovaglia ancora apparecchiata; Tia pensò che niente poteva abbattersi sulla cortina dei pensieri di Delia infrangendola, gli pareva indistruttibile e solida nella sua postura rigida. Uscì prendendo un pezzo del pane che era rimasto in tavola e portando con sé i vaghi ricordi che lentamente emergevano dagli anni passati cercando di dimenticare. Il paese gli sembrava basso, appiattito verso la terra e largo e grigio come una pozzanghera di novembre; ogni frammento di quei luoghi risvegliava in lui una nostalgia inaffrontabile e spessa, lo costringeva a relegare quelle immagini a quando da bambino percorreva quelle strade con quella disperazione rabbiosa che si era sopita con il passare degli anni. Inspirava l’odore di quei muri, l’edera che era cresciuta su alcune case, le minute novità che gli mostravano quei luoghi noti leggermente mutati, e ancor di più per questo motivo, gli facevano assaporare il gusto di quei ricordi.

Da lontano vide Pepe che lo salutava, vide il suo lungo braccio muoversi, ed infine riconobbe in lui anche i capelli rossi che ricordava mossi dal vento durante le corse. Dopo poco ritornarono a sedersi uno davanti all’altro, a gambe incrociate, sul basso muretto di pietre rovinate che separava due terreni.

“I vivi restano, i morti se ne vanno. Chi possiede nulla?” Pepe parlava guardando a terra e Tia poteva vedere soltanto le lentiggini rosse che gli ornavano gli zigomi e che l’avevano investito di quel raro soprannome; arrotolava tra le dita le fogli che aveva raccolto lungo la strada e scuoteva leggermente la testa. Non l’aveva visto per anni, e adesso di nuovo sedevano con le gambe incrociate sul muretto che faceva da confine tra i due terreni; erano rimasti gli alberi di albicocche e ciliegie ad ornare quei prati, e come gli alberi anche loro interrompevano l’arsura uniforme di quei luoghi. Il sole piombava pesante sulle loro teste, i movimenti della campagna colmavano i silenzi.

“Non sapevo di tua sorella, Pè; non so nulla di quello che succede qui.” Mentiva e mentiva istintivamente, non aveva riflettuto prima di ingannarlo. Norma gliel’aveva detto in una di quelle lunghe lettere scritte in piccola calligrafia corsiva per tenerlo informato e principalmente per tenerlo stretto a sé, come se la condivisione di certe notizie potesse far vivere anche a lui una parte della vita che lei conduceva lì, che non aveva mai abbandonato.

“Maria è morta ad aprile, in uno di quei giorni umidi e freschi che sono arrivati all’improvviso; ha trascorso trent’anni segregata da mia madre, credo che durante quelle giornate in cui stava malissimo i volti che ha visto e le visite che ha ricevuto l’abbiano resa più felice che mai.”

Tia ricordava vagamente la prima delle sorelle di Pepe, ma rivedeva nitidamente il suo sguardo perduto ad osservare le gocce di pioggia scorrere sui vetri, le mani incapaci di stringere, i passi piccoli e lenti, trascinati. Delle giornate passate nella casa rossa di Pepe ricordava la sensazione di essere mescolato a riti che non gli appartenevano e che pure gli apparivano estremamente familiari. Gli tornavano alla mente i pranzi con tutte le sorelle e la madre di Pepe che pregava sempre prima di portare alla bocca il primo cucchiaio di zuppa. Ripensava alle infinite volte in cui avevano giocato vicino a Maria, potendone respirare l’odore immobile che emanava, riuscendo a stento a non travolgerla con i loro divertimenti di bambini.

Ora nulla poteva riportargli alla mente di cui tuttavia sapeva l’esistenza, provava ad immaginare la terra che lenta sorbiva Maria e con lei il suo odore, provava ad immaginarselo nelle erbe ingiallite dal sole, negli alberi che creavano piccole zone fresche di piante odorose.


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29 agosto 2007

Vanitas vanitatum et omnia vanitas

 Sento lo scorrere incessante degli attimi mordere la mia vita…ebbene, è questo che evidentemente ho scelto senza rendermene conto…aspettare che diventi tardi, attendere che il tempo fugga e passi. La tristezza è solo una scusa per l’indifferenza, un’illusione che i fremiti del dolore ancora esistano, quando invece sento solo il vuoto scorrermi tra le dita e pormi davanti ai frutti marci dei miei pensieri...

Spintera




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21 agosto 2007

Versione riveduta e corretta

 

Tia sedeva sulle scale del grande giardino pieno di palme e rose che portavano alla terrazza superiore. Le giornate tornavano ad accorciarsi, il sole giorno dopo giorno tramontava prima e ormai ogni sera lui si ritrovava a pensare all’autunno, alle foglie che ora vedeva muoversi e splendere ingiallite e cadute, morte. Questo sentiva quella sera; era parte di quella molle ricchezza destinata a marcire, pensava che anche lui sarebbe diventato come un fiore guasto, si sarebbe annullato nella terra che adesso ardeva sotto il sole.

Il profumo intenso dei gelsomini lo stordiva e gli ricordava il cimitero e la tomba di sua nonna, la visita in un giorno di nuvole e scirocco, le domande insistenti d suo cugino piccolo. Ricordava con piacere quell’unica giornata triste di una settimana che era stata pervasa di un’opulenta piacevole pacatezza.

Chiamavano per la cena. Non credeva che sarebbe riuscito ad alzarsi, ad affrontare la felicità degli altri seduti insieme, ad apprezzare quei momenti come irripetibili.

La tavola era ormai pronta, i fiori ovunque, qualche parente già seduto. Si festeggiava e lui guardava il volto sorridente e stanco di Ninni, i gesti rapidi ed efficienti di Norma; festeggiavano lui, il suo ritorno –così lo chiamava sua madre- , festeggiavano per dimenticare e per superare, per preservarlo in quei giorni da ogni dispiacere, da ogni paura, da ogni pensiero. Intravide i bambini in un angolo, un vocìo colorato ed euforico.

Nessuna di quelle astratte preoccupazioni che l’avevano afflitto nel pomeriggio tornò a turbare i suoi pensieri mentre sedeva con gli altri; si soffermava piuttosto a scrutarli, ad osservarli mangiare, bere, alzarsi. Fingeva di non aver mai visto prima una simile specie, di non aver mai effettivamente conosciuto i loro comportamenti.

Eppure aveva imparato a memoria i loro gesti, sapeva di esserne parte, di essere una rotella di quel carillon tanto regolare quanto chiassoso.

Delia lo guardava, sorrideva. Aveva una frangetta nera e lunghe dita bianche.

-Non sei poi cambiato molto- gli disse –hai lo stesso sguardo sospettoso e le stesse labbra imbronciate-.

Tia si ricordò di quando erano stati bambini insieme, di quanti pomeriggi avevano passato sotto gli alberi a specchiarsi nelle loro ombre, di quanti litigi e giochi avessero ideato tra i muretti.

-Si cambia, Delia- le disse –sono diverso anche io. Forse si diventa solo un po’ più tristi.-

Lo guardò facendo una smorfia e si alzò di scatto.

Tutti si alzavano, alcuni andavano a sedersi fuori a bere o a fumare e a piccoli gruppi sciamavano via dal tavolo.

Andò a dormire presto, dalla sua stanza vedeva le piccole luci dei paesi che ornavano la valle e le pendici del monte: quel paesaggio gli ricordò le sere passate ad aspettare che la luna fosse alta.

Il giorno dopo grandi nuvole grigie riempivano la finestra; si vestì pensando che sarebbe uscito presto e scese nella grande cucina. Delia era sveglia e parlava con Norma.




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10 agosto 2007

...Sicilia...

Agata sedeva sulle scale del grande giardino pieno di palme e rose che portavano alla terrazza superiore. Le giornate tornavano ad accorciarsi, il sole giorno dopo giorno tramontava prima e ormai ogni sera lei si ritrovava a pensare all’autunno, alle foglie che ora vedeva muoversi e splendere ingiallite e cadute, morte. Questo sentiva quella sera; era parte di quella molle ricchezza destinata a marcire, pensava che anche lei sarebbe diventata come un fiore guasto, si sarebbe annullata nella terra che adesso ardeva sotto il sole.

Il profumo forte dei gelsomini le ricordava la tomba di sua nonna, la visita in un giorno di nuvole e scirocco, le domande insistenti d suo cugino piccolo. Era possibile ricondurre tutto ad un unico, fermo istante? Possibile che il pensiero della morte fosse destinato ad essere il dominante di ogni vita?

Chiamavano per la cena. Non credeva che sarebbe riuscita ad alzarsi, ad affrontare la felicità degli altri seduti insieme, ad apprezzare quei momenti come irripetibili.

La tavola era ormai pronta, i fiori ovunque, qualche parente già seduto. Si festeggiava e lei guardava il volto sorridente e stanco di Ninni, i gesti rapidi ed efficienti di Norma; festeggiavano lei, il suo ritorno –così lo chiamava sua madre- , festeggiavano per dimenticare e per superare, per preservarla in quei giorni da ogni dispiacere, da ogni paura, da ogni pensiero. Intravide i bambini in un angolo, un vocìo colorato ed euforico.

Nulla di quello che aveva pensato tornò ad occupare i suoi gesti, le sue parole mentre sedeva con gli altri; si soffermava piuttosto a scrutarli, a osservarli mangiare, bere, alzarsi. Fingeva di non aver mai visto prima una simile razza, di non aver mai effettivamente conosciuto i loro comportamenti.

Eppure conosceva a memoria i loro gesti, sapeva di esserne parte, di essere una rotella di quel carillon tanto chiassoso.

Spintera




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22 luglio 2007

* Trasognante *

 

Non mi aspetto altro da queste da questi caldi giorni di mezza estate.
Non aspiro a cambiamenti, attendo di essere vissuta dagli attimi; ebbene, se questo è il massimo a cui tendo ad aspirare lo accetto. Perché va bene, va bene ogni cosa, va bene quello che decidete voi, va bene passare, trascorrere, appassire. Ogni riga che leggo, ogni nota che ascolto sostituisce milioni di parole che ritrovo a prostituirsi alle mie orecchie.

Cerco la bellezza nell’infinità dei gesti, nella ripetizione di un battito, nella terra arsa dal sole, in un solo attimo che mi faccia comprendere la felicità.

Verrà il buio stasera, verranno le stelle; rimarrò a guardare il passato trascorrere tra le foglie mosse leggermente dal vento, a sentire muoversi in fondo ad ogni respiro il ricordo di altri respiri.

Spintera




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14 luglio 2007

Hello darkness my old friend...I've come to talk with you again

 Continuo a sussurarmi che ci sarà qualcosa prima o poi., mentre consapevole del contrario affronto guardando in basso il quotidiano male

Mi mancheranno le illusioni passate.

[Mi fa male sapere che non potrò mai conoscere quel te.]

[…vorrei essere in grado, per te, di non essere parte del rumore che ci circonda, di rimanere ad ascoltare i tuoi silenzi o le tue risate…]

Spintera




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15 giugno 2007

You and night and?

 Regna la luna stasera dietro le persiane chiuse della mia immaginazione…appare come una grande ed affascinante chiara voragine nell’annerirsi di questa notte…aspira il mio cuore ed inspira i miei sogni, mentre sento ogni nota scorrere lungo la schiena e portarmi lontano, tra il desiderio di poter avvolgere la tua tristezza con i miei capelli e l’infinita malinconia che si abbatte sui miei pensieri…

Spintera




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9 giugno 2007

- Arrossendo-

 Non sempre riesco ad immaginare come potrebbe essere senza di te.

Ho recuperato qualcosa di antico per provarlo indosso a te, per rivestirti di qualcosa che non ti appartiene; ebbene, mi ritrovo tra le mani qualcosa di nuovo e splendido, qualcosa che non avrei mai sperato di poter vedere nascere sotto i miei occhi stupefatti.




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13 aprile 2007

* Giorni a perdere *

E’ così dunque che trascino i giorni…chiedendo qualcosa di falso in più, un’altra ombra grazie alla quale continuare a poter credere di aver trovato qualcosa nel fondo delle mie astruse bugie. Sento la consapevolezza abbandonarmi, percepisco la netta differenza data da una scelta non cosciente...i mille fragilissimi appigli a cui aspiro di arrivare, a cui immagino di giungere per poi rendermi conto che erano solamente le solite immagini distorte e false…


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5 aprile 2007

* Pattinando sul ghiaccio sottile *

 Credo di essere di nuovo caduta in quella rete piena di spine sottili dove ogni tanto mi ritrovavo a passare certe lacrimose notti…eppure provo ad immaginare di aver colmato ogni vuoto…di aver riempito di didascalie ogni ricordo…quasi per archiviarlo…per fissarlo…per appenderlo tra pochissimi altri che ogni giorno rimiro con cura, nostalgia e amari sorrisi…


Spintera 




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24 marzo 2007




E continuo a sentire la tua assenza.

A negare la morsa di melodie note che mi attanagliano la memoria.

Ricordo confusamente e ricordo con piacere amaro e nostalgico .

.e so di non potermi fermare.

 

 

 Spintera

 

 

 




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25 febbraio 2007

>MeLaNcHoLiA<

Non riesco a immaginarmi il domani, stasera. Non riesco a pensare a qualcosa che sarà in grado di renderlo differente da ogni qualunque altro attimo trascorso sulla terra, capace di abbattersi contro le nuvole dei quotidiani orizzonti.

Respiro ciò che il giorno pieno di inedia ha lasciato alla sera quieta e assorta come molte altre, lascio che si sciolgano di lacrime gli occhi stasera pensando al passato, guardando che ogni istante fuggendo a volte è stato fin troppo lento.

 

Spintera




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21 febbraio 2007

Colpisci il passato al cuore...

TrUsT In Me

 

[if you can]




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20 febbraio 2007

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

 

Cesare Pavese

 




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15 febbraio 2007

°*° E non smette di girare la mia testa °*°

 …non avrei mai potuto essere triste e provare dolore per qualcosa  che fosse reale…è stata la realizzazione dell’inutilità di ogni istante ad avvinghiarmi il cuore...mentre ora mi sento impreparata davanti a quella bruttura dolorosa che sa essere la realtà…e mi auguro di riuscire ad annullare tutto questo…perché sono consapevole che non c’è alcun merito nel provare più dolore…o nell’attaccarsi visceralmente ad una impressione o ad una sensazione…fino a farle diventare un’emozione…











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12 febbraio 2007

Something borrow, something blue

-+*°* carve your name into my arm *°*+-




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8 febbraio 2007

SiLeNcE

Sarò onorata e felice di leccare tutte le vostre ferite incapaci di sanguinare.

 

Ma rimane solo il vuoto a ricordare l’assenza di mille parole, rimangono soltanto brandelli taglienti e perlati.

 

 

[tO yOu]

 

 

Spintera

 




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4 febbraio 2007

* Nullify my life *

Avevo dimenticato la sensazione dell’avere nuovamente infiniti granelli scorrere tra le dita…del potere osservare il tempo passare senza alcuna incertezza…dell’assenza dovuta alla continua ricerca…dalla mancanza di ogni sentimento non già vissuto, non già sperimentato, non già ricordo.

Mi piacerebbe poter riuscire a vivere ogni accadimento come un evento…ogni parola come un rito…riempire il vuoto di nulla…di un nulla che allo stesso tempo profumi e somigli a quello di cui ho bisogno…sopravvivo invece nella mia bolla popolata di mostri…negli sguardi vuoti di sconosciuti...tra le piante spinose che mi crescono attorno…e sono consapevole delle mie non scelte…dei miei errori dettati da un po’ di paura in più…o dal timore di creare sofferenza ulteriore…sono cosciente di avere scelto l’amarezza in cui naufrago…

 
Spintera




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30 gennaio 2007

K448

Stasera vorrei che ogni cosa fosse perfetta come la musica.

 

BuOnAnOttE

Spintera




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23 gennaio 2007

* Ophelia *




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19 gennaio 2007

*She was a victim of the night*

Respiro l’aria rarefatta di un sogno perduto nei meandri di giornate grigie.

Continuo a riempire le gli attimi, le ore, i secoli di paure o di disperazioni pur di non sentire l’insipidità dei momenti che si susseguono e che mi lasciano indietro, sempre un po’ più distante, sempre un po’ più invisibile. Guardo i treni scorrere, la vita passare negli occhi di sconosciuti, le parole ripetute all’infinito diventare banali suoni, rumori di sottofondo. Ho dimenticato di dimenticare che niente è importante. Vorrei potere coltivare ancora qualcosa, essere l’intrepida artefice di qualcosa che semplicemente dimostri l’inutilità verso cui rivolgo ogni pensiero, che smentisca le mie preoccupazioni effimere, che renda ogni alternativa equivalente al nulla.

 

 

[c h e  t i  e s p i a n t i]

 

 




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8 gennaio 2007

Divenendo

In quel silenzio le parole dette sottovoce cadevano nella sua anima con un suono di cristallo e vi echeggiavano in un moltiplicarsi di vibrazioni. Sperava che le sarebbe capitato ancora di percepire in quel modo altre parole, di poter contraddire ancora la fuggevolezza degli attimi osservandoli scorrere via uno dopo l’altro, senza curarsi della loro in catturabile corsa, guardandoli scorrere, divenire, passare.

Aveva assaporato il gusto dolciastro di poter continuare a sperare mentre la nave era intenta ad affondare, di poter far risplendere una minuscola tessera di un enorme mosaico in decadenza, e ora tutto quello che avrebbe chiesto era un altro punto di arrivo, un’altra meta irraggiungibile che potesse limitare il suo sogno, un altro percorso che le permettesse di sbandare potendone essere consapevole.

Spintera




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27 dicembre 2006

* VeRi ReGaLi Di NaTaLe *

E Polo: - L'inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n'e’ uno e’ quello che e’ già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non e’ inferno e farlo durare, e dargli spazio.-


Italo Calvino, Le citta’ invisibili (1972)  

 

 




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22 dicembre 2006

-Ciprea-

E non smetto di girare tra le dita le sofferenze come se stessi recitando un risentito rosario...

Spintera




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4 novembre 2006

...DoNi...

 Non esiste relazione più intima di quella che corre fra chi soffre e chi fa soffrire. Ogni lagrima dei tuoi occhi è un dono.


 

 Italo Svevo, da una lettera a Livia Veneziani




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